di Beatrice Silenzi

Le radici del pianoforte jazz affondano nel ragtime, genere nato negli Stati Uniti tra la fine dell’Ottocento e i primi del Novecento.
Il suo più illustre rappresentante è Scott Joplin, autore di celeberrimi brani come The Entertainer o Maple Leaf Rag.
Il ragtime, con il suo ritmo sincopato e regolare, rappresenta il primo passo verso il jazz, pur mantenendo una forma scritta e una struttura più rigida rispetto all’improvvisazione che verrà.

Negli anni ’20, nei locali e nei bordelli di New Orleans e di Harlem, nasce lo stride piano, evoluzione più vivace e improvvisata del ragtime.
Lo stride è caratterizzato da un basso saltellante con la mano sinistra (che alterna note gravi e accordi) e da una melodia brillante e virtuosistica con la destra.

I grandi maestri di questa scuola sono James P. Johnson, Willie “The Lion” Smith, Fats Waller e Art Tatum.
Quest’ultimo, in particolare, è considerato un prodigio assoluto: la sua tecnica trascendentale e la libertà armonica anticipano il bebop di due decenni.

Negli anni ’30 e ’40, il pianoforte trova un nuovo ruolo nelle big band swing, diventando il motore ritmico e armonico dell’orchestra.
Pianisti come Count Basie e Duke Ellington definiscono due modelli opposti e complementari.
Basie riduce al minimo il numero delle note, creando un “swing minimalista”, fatto di spazi, pause e accenti essenziali.
Ellington, invece, trasforma il pianoforte in uno strumento orchestrale, colore e timbro, integrandolo nelle sue raffinate composizioni per grande ensemble.

Con il bebop degli anni ’40, il jazz cambia radicalmente volto.
La musica si fa più complessa, nervosa, intellettuale. I tempi diventano rapidissimi, le armonie più dense e modulanti.
Il pianoforte si adatta con genialità a questo nuovo linguaggio: Bud Powell è il principale architetto del pianismo bebop.

La sua influenza sarà immensa: riduce l’uso della mano sinistra, concentrandosi su linee melodiche di destra agili e spezzate, quasi come se imitasse le improvvisazioni dei sax e delle trombe di Charlie Parker e Dizzy Gillespie.
Con Powell, il pianoforte jazz diventa uno strumento solista alla pari dei fiati, con un linguaggio armonico sofisticato che apre la strada alle generazioni successive.

Negli anni ’50 e ’60, il pianoforte si fa più introspettivo e raffinato.
Con il cool jazz e il modal jazz, l’improvvisazione si apre a spazi contemplativi, a un linguaggio quasi cameristico.

Bill Evans, con il suo tocco morbido e la sua ricerca di equilibrio tra melodia e armonia, segna una svolta poetica.
Nel Kind of Blue (1959) di Miles Davis, Evans contribuisce a creare un suono sospeso, quasi rarefatto, in cui ogni nota sembra respirare.
La sua influenza sarà enorme: da Herbie Hancock a Keith Jarrett, tutti erediteranno qualcosa del suo lirismo e della sua concezione “pittorica” del suono.

Negli anni ’70, il pianoforte jazz esplode in tutte le direzioni.
Herbie Hancock fonde jazz, funk e musica elettronica (Headhunters, Chameleon).
Chick Corea unisce virtuosismo, ritmi latini e improvvisazione libera (Return to Forever).

Keith Jarrett, con i suoi concerti totalmente improvvisati (come il celebre Köln Concert, 1975), eleva il pianoforte jazz a esperienza spirituale: un flusso ininterrotto di invenzione melodica, equilibrio e meditazione.
In questa fase, il pianoforte diventa strumento universale, capace di attraversare generi, culture e stili, dal free jazz alla fusion.

Oggi il pianoforte jazz continua a reinventarsi.
Artisti come Brad Mehldau, Hiromi Uehara, Esbjörn Svensson (E.S.T.), Tigran Hamasyan o Gerald Clayton esplorano nuovi territori sonori, integrando elettronica, musica classica, pop e world music.
Il pianoforte rimane, come sempre, fulcro dell’espressione jazzistica: luogo in cui si incontrano improvvisazione e composizione, struttura e libertà.