di Beatrice Silenzi

C’è un momento sospeso tra il battere e il levare, in cui la logica della musica sembra incrinarsi per rivelare una verità più profonda ed in quello spazio interstiziale, in quella frattura del tempo, abita l’arte di Thelonious Sphere Monk.

Guardarlo seduto al pianoforte era certo assistere a un’esecuzione, ma anche partecipare a un rito di decostruzione della materia sonora. Le dita, tenute piatte come se fossero martelletti d’avorio, colpivano i tasti con una percussività quasi ancestrale, cercando non la nota rassicurante, ma quella “giusta” perché necessaria, anche se ferocemente dissonante.

Monk interrogava il pianoforte. E la risposta che ne otteneva era un linguaggio fatto di silenzi improvvisi, di ritmi spezzati e di una bellezza spigolosa che avrebbe ridefinito i confini del jazz moderno.
Spesso definito, con un pizzico di pigrizia giornalistica, come l’eroe “folle” o l’eccentrico del bebop, Monk era in realtà il più rigoroso degli architetti.

La sua musica nasceva da una comprensione superiore dell’armonia. Laddove altri pianisti cercavano la fluidità e la velocità, lui cercava lo spazio e il silenzio aveva lo stesso peso specifico del suono.
Un suo celebre aforisma recitava: “Non suonare tutto quello che c’è, suona quello che non c’è”.
Una filosofia che si traduceva in un uso magistrale delle “note sbagliate”.

Monk comprese prima di chiunque altro che la dissonanza — quell’intervallo di seconda minore che stride all’orecchio inesperto — è in realtà la tensione vitale della musica ed i suoi cluster di note, brevi e urticanti, non erano errori, ma segnali stradali posti per indicare una nuova direzione armonica.

In un momento in cui il jazz correva vorticosamente verso il virtuosismo tecnico del bebop, Monk impose la tirannia del pensiero critico applicato alla tastiera e, nonostante la sua aura di innovatore radicale, era profondamente radicato nella tradizione.
Se si ascoltano attentamente i suoi assoli, emerge l’eco trasfigurata del stride piano di James P. Johnson e Fats Waller.
Prese quel ritmo saltellante di New York e lo frammentò, lo ridusse all’osso, lo passò attraverso un prisma cubista.

Questa connessione con le radici africane e blues del jazz è ciò che conferisce alle sue composizioni una solidità monumentale: brani come Straight, No Chaser o Blue Monk sono strutture viventi che respirano con il battito del blues, pur vestite di un’eleganza astratta.
Egli non cercava di compiacere l’ascoltatore, ma di sfidarlo a trovare la melodia dentro la complessità, il calore dentro l’apparente gelo della dissonanza.

Se esiste una composizione che incarna l’anima notturna e malinconica di Monk, questa è senza dubbio ‘Round Midnight. Scritta quando era poco più che ventenne, la ballata è diventata lo standard jazz per eccellenza, interpretata da centinaia di musicisti, da Miles Davis a Stan Getz.
Eppure, nessuno è mai riuscito a restituire quell’atmosfera crepuscolare con la stessa solitudine metafisica del suo autore.
In ‘Round Midnight, la melodia sembra inciampare su se stessa, riflettersi in specchi opachi, per poi risolversi in una nobiltà tragica.

È una musica che descrive perfettamente l’ora in cui le ombre si allungano e le certezze del giorno svaniscono, è l’opera di un uomo che vede il mondo attraverso una lente diversa, un uomo che ha trasformato la sua presunta “oscurità” in una delle testimonianze più luminose della cultura del XX secolo.
L’immagine di Monk che si alza dal pianoforte per danzare mentre i suoi musicisti continuano l’assolo non era stravaganza teatrale, piuttosto una necessità di sentire il ritmo fisicamente, di farsi corpo musicale.

Per anni, la critica lo ha deriso o ignorato, considerandolo un pianista dalla tecnica limitata solo perché non seguiva i canoni della scuola classica o del virtuosismo di Art Tatum.
Ci volle del tempo perché il mondo capisse che la sua tecnica era esattamente quella necessaria a produrre il “suono Monk”.
Ogni nota era un pilastro, ogni accordo una dichiarazione d’intenti.
La sua residenza al Five Spot Café nel 1957, insieme a John Coltrane, rimane uno dei vertici assoluti della storia del jazz: un incontro tra due giganti che parlavano una lingua che il resto del mondo avrebbe impiegato decenni a tradurre.

Oggi, Thelonious Monk è riconosciuto come il secondo compositore jazz più eseguito dopo Duke Ellington, un risultato straordinario se si considera la natura ostica e anticonformista della sua scrittura. Il suo lascito non risiede solo nelle sue settanta e più composizioni, ma in una lezione etica: la fedeltà assoluta alla propria visione artistica.

Monk ha insegnato che la bellezza non è sempre simmetrica, che la verità spesso risiede nello scarto, nell’errore calcolato, nella capacità di restare in silenzio quando tutti gli altri urlano.
La sua musica rimane una fortezza di integrità.
Quando riascoltiamo i suoi dischi, non sentiamo solo del jazz; sentiamo il rumore di un pensiero che si fa suono, il ticchettio di un orologio che segna un tempo che appartiene solo a lui, il “Sommo Sacerdote del Bebop”, colui che ha saputo trovare la poesia negli spigoli e la luce nel cuore della notte.