Se esiste un musicista capace di incarnare l’idea di un Rinascimento tecnologico applicato ai suoni, questi è senza dubbio Herbie Hancock.
Se si dovesse parlare di lui come di un semplice pianista jazz sarebbe un’omissione paragonabile al definire Leonardo un mero disegnatore di macchine.
Hancock non si è limitato a suonare il jazz; lo ha smontato, riassemblato e riproiettato in orbita, utilizzando come strumenti tanto lo Steinway a coda, quanto i circuiti integrati dei primi sintetizzatori.
Il suo percorso è un viaggio che parte dalla perfezione formale del classicismo europeo per approdare al battito delle metropoli moderne, senza mai smarrire quella ricerca della “nota sospesa” che è il marchio di fabbrica del suo genio.
L’ascesa di Hancock non poteva che passare per il tribunale più severo dell’epoca: il secondo grande quintetto di Miles Davis. Insieme a Wayne Shorter, Ron Carter e Tony Williams, Herbie ha riscritto le leggi della sezione ritmica.
Anni in cui il jazz smise di essere una successione di assoli per diventare un organismo unico, capace di mutare forma in tempo reale.
Hancock introdusse il concetto di accompagnamento come forma di contrappunto dinamico. Le sue armonie non erano mai statiche; erano nuvole sonore che si addensavano o si diradavano per assecondare la tromba di Davis.
In capolavori come Maiden Voyage o Empyrean Isles, Herbie dimostrò che il jazz poteva essere impressionista, rarefatto e profondo come un acquerello di Debussy, pur mantenendo un’ossatura ritmica implacabile.
È qui che nasce Cantaloupe Island, un brano che, con il suo riff di pianoforte ipnotico, anticipava di decenni l’estetica del campionamento e del groove come architettura portante del brano.
Mentre molti colleghi guardavano con sospetto l’avvento dell’elettronica, Hancock vi scorse una nuova possibilità espressiva. La sua transizione al Fender Rhodes e successivamente ai sintetizzatori ARP fu una evoluzione logica.
L’album Head Hunters (1973) fu lo spartiacque. Con il brano Chameleon, Hancock rimosse le distinzioni gerarchiche tra jazz, funk e soul. La musica non era più solo “per la testa”, ma diventava un’esperienza totale.
Il basso di Paul Jackson e la batteria di Harvey Mason crearono un tappeto elastico su cui Herbie faceva danzare i suoi sintetizzatori con un’agilità che ricordava quella di un sassofonista bebop.
In quel momento, Hancock dimostrò che la complessità armonica del jazz poteva convivere felicemente con la democrazia del ritmo africano-americano, portando il jazz nelle discoteche e nelle strade senza sacrificarne l’intelligenza.
Negli anni ’80, quando molti giganti del jazz faticavano a trovare una collocazione in un mercato dominato dai video pop di MTV, Hancock piazzò Rockit.
Con l’album Future Shock, Herbie non si limitò a utilizzare le drum machine e il vocoder, integrò lo “scratching” dei DJ hip-hop, intuendo con decenni di anticipo la direzione che avrebbe preso la cultura urbana globale.
La grandezza di questa fase risiede nella sua natura sperimentale: Hancock trattava lo studio di registrazione come un laboratorio scientifico.
Eppure, nonostante l’uso massiccio di macchine, la sua musica rimaneva profondamente umana.
Il suo approccio ai sintetizzatori non era freddo o algoritmico; egli cercava di estrarre dall’elettronica lo stesso calore e la stessa variabilità timbrica che cercava nel pianoforte acustico. Era, a tutti gli effetti, un “umanista digitale”.
Oggi, guardando alla sua carriera emerge una coerenza profonda che va oltre le etichette: che stia rileggendo i brani di Joni Mitchell (come nell’album River: The Joni Letters, vincitore di un Grammy come disco dell’anno) o che stia dentro a nuove frontiere della world music, il suo obiettivo rimane lo stesso: abbattere i muri tra le persone attraverso il suono.
La sua filosofia, profondamente influenzata dal buddismo e da una visione cosmopolita dell’esistenza, vede la musica come uno strumento di pace e di comprensione reciproca.
Hancock è dunque un pontefice laico tra generazioni e culture diverse, la cui eleganza non risiede nella stasi, ma nel movimento perpetuo e insegna che non dobbiamo aver paura del nuovo, o dell’inusuale, perché la bellezza può nascere ovunque ci sia un’anima pronta ad ascoltare.







