di Beatrice Silenzi

Dieci anni fa, se ne andava Prince.
E Prince Rogers Nelson apparteneva a una categoria a sé stante, una specie rara di cui era l’unico esemplare.
A dieci anni dalla sua scomparsa, avvenuta quel tragico 21 aprile 2016, il mondo della musica non ha ancora trovato un erede, semplicemente perché un erede non esiste.

Dire che Prince fosse un musicista è riduttivo.
Prince era la musica.
Nel suo album di debutto, For You (1978), aveva accreditato se stesso per aver suonato ben 27 strumenti diversi.
Non era un vezzo da egocentrico, solo la necessità di un perfezionista che sentiva i suoni nella sua testa con una chiarezza che nessuno studio di registrazione poteva contenere.

Dalla chitarra elettrica – che faceva piangere e urlare – al funk viscerale del basso, attraverso sintetizzatori spaziali e batterie martellanti, Prince ha fuso rock, soul, pop e psichedelia in un cocktail che il mondo ha imparato a conoscere come il “Minneapolis Sound”.

Prince ha polverizzato barriere culturali e di genere.
Prima che il concetto di fluidità diventasse dibattito contemporaneo, lui sfilava su tacchi vertiginosi, indossando pizzi, boa di struzzo e seta viola, sfidando ogni stereotipo di mascolinità senza mai perdere un grammo di autorità carismatica.
Con Purple Rain, capolavoro del 1984, aveva raggiunto l’apoteosi.  Un film, un album e un tour che lo hanno consacrato icona globale. “When Doves Cry” o la stessa title-track sono diventate inni generazionali.

Ma Prince era soprattutto un ribelle dell’industria.
La sua lotta contro le major discografiche rimane nella leggenda.
Si scrisse “SLAVE” (schiavo) sulla guancia per protestare contro i contratti che limitavano la sua produzione e arrivò a cambiare il suo nome in un simbolo impronunciabile (Symbol).

In quel periodo divenne per tutti “The Artist Formerly Known as Prince”: una dichiarazione d’indipendenza. Voleva possedere la propria arte, il proprio nome e il proprio destino. Una lezione di integrità che oggi, nell’era dello streaming, appare più profetica che mai.

La sua leggenda vive anche nel mistero di Paisley Park, la sua residenza-studio trasformatasi in un tempio creativo.
Si dice che nel “Vault”, il caveau segreto all’interno della struttura, siano custodite centinaia, forse migliaia di canzoni inedite, abbastanza da pubblicare un nuovo album ogni anno per il prossimo secolo.

Prince viveva per creare.
La sua produzione era così torrenziale che il mercato non riusciva a stargli dietro.
Scriveva successi per altri (Nothing Compares 2 U per Sinead O’Connor o Manic Monday per le Bangles) come se fosse un esercizio mattutino, tenendo per sé le perle più sperimentali.

Perché non lo dimenticheremo mai?
Perché Prince ha insegnato che essere diversi è un superpotere.
Ha insegnato che la vulnerabilità può essere rock e che il sacro e il profano possono convivere in una linea di basso funky.
Ogni volta che un artista mescola i generi o rivendica la propria autonomia creativa, c’è un riflesso viola (purple) in quel gesto.

Prince è stato popstar ed un sarto dell’anima che ha vestito i sogni con la seta della musica e finché si continuerà a ballare sotto la pioggia viola, il Folletto di Minneapolis non se ne andrà mai veramente.