di Beatrice Silenzi

L’essenza di Tony Curtis? Bello, bellissimo, come si diceva negli anni d’oro di Hollywood e, nonostante tutto, un’ombra inquieta gli danzava sul fondo delle pupille.
Il 3 giugno dello scorso anno erano 100 anni dalla sua nascita, un anniversario che celebrava il volto e di un’America che, uscita dalle macerie della Seconda Guerra Mondiale, aveva un bisogno disperato di dimenticare l’orrore e innamorarsi perdutamente del sogno.
Scomparso a settembre del 2010, Curtis — nato Bernard Schwartz tra i vicoli polverosi del Bronx — ha lasciato la sua maschera affascinante e mutevole, in un gioco di specchi in cui passava con disinvoltura dal ruolo del gigolò a quello del truffatore in smoking.

Tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta, Hollywood era una specie di mercato in cui le star venivano catalogate come prodotti: c’erano i “beefcake” (uomini muscolosi) e le “cheesecake” (donne da calendario) e Tony, con i suoi bicipiti e quel volto dai lineamenti quasi femminei ma ferocemente maschili, divenne la risposta maschile al sex appeal esplosivo di Jane Russell o Esther Williams.
Questa sorta di femminilizzazione del corpo maschile non passò inosservata e sollevò non poche critiche: Betty Grable o Jeanne Crain ironizzavano su quei nuovi attori più impegnati a flettere i pettorali che a studiare il copione.
Ma Curtis, con l’intelligenza di chi sa di non avere nulla da perdere, trasformò il suo corpo in un’arma di seduzione e leggerezza. Sapeva di essere un oggetto del desiderio e giocava su questo, senza mai diventarne prigioniero, convinto che il glamour fosse solo il primo velo di una cipolla molto più complessa.

Figlio di immigrati ebrei ungheresi, Emanuel e Helen Schwartz, Tony crebbe in una realtà precaria: il padre era un sarto, la madre una donna fragile, tormentata da una schizofrenia violenta che segnò profondamente l’infanzia dei figli.
La tragedia bussò presto alla loro porta: il fratello minore Julius morì travolto da un camion, mentre l’altro, Robert, trascorse gran parte della vita in istituto e in un’infanzia segnata dal dolore e dalla violenza di strada egli trovò il carburante della sua metamorfosi.
“Io non vengo da Brooklyn”, disse una volta scherzando “sono nato a Londra e sono stato rapito dagli zingari”.
Era la sua natura: mentire per sopravvivere, inventarsi un’identità per non essere schiacciato dal passato.

Quando arrivò a Hollywood con soli quattro dollari in tasca, vide l’insegna della città mezza rotta: leggeva solo “Ollywood”: fu Shelley Winters ad accoglierlo, colpita da quel giovane marinaio dalla faccia tosta che sosteneva di essere parente di una sua conoscente del Bronx; fu lei a trovargli un letto e a intravedere in Bernie Schwartz la scintilla di Tony Curtis.
Nonostante i pregiudizi, Curtis dimostrò di essere un attore di una profondità sorprendente.
Tre sono i pilastri che sorreggono la sua leggenda.
“Piombo rovente” (1957), la prova che Tony non aveva paura di farsi odiare dal pubblico, purché il personaggio fosse vivo.
“La parete di fango” (1958), una parabola viscerale sul pregiudizio razziale dove, incatenato a Sidney Poitier, Curtis regalava una performance disperata che gli valse la sua unica nomination all’Oscar.
“A qualcuno piace caldo” (1959) era una sinfonia di doppi sensi diretta da Billy Wilder. Accanto a Marilyn Monroe e Jack Lemmon, Curtis creò una commedia eterna, dove la sua capacità di giocare con l’identità raggiunse lo stato dell’arte.

La carriera non si fermò agli anni d’oro.
Attraversò il peplum con “Spartacus”, il dramma biografico con “Houdini” e scese negli abissi dell’orrore psicologico interpretando il serial killer Albert DeSalvo ne “Lo strangolatore di Boston” (1968), una delle sue prove più sottovalutate e disturbanti.
Negli anni della maturità, quando i riflettori di Hollywood iniziarono a farsi meno intensi, comunque non si arrese, reinventandosi pittore, esponendo opere che riflettevano la sua visione colorata e frammentata del mondo.
Continuò a calcare i set televisivi e cinematografici, accettando la propria personalità con ironia, consapevole che il cinema è, in fondo, una promessa di immortalità.