Chiudete gli occhi e dimenticate, per un istante, le astronavi, le spade laser e la Forza. Prima di viaggiare in una galassia lontana lontana, George Lucas decise di mappare un territorio molto più intimo, ma altrettanto mitologico: la strada principale di Modesto, California, in una calda notte d’estate del 1962.
Non c’è una trama lineare in American Graffiti; c’è invece un battito cardiaco, un ritmo scandito dal rombo dei motori V8 e dalle frequenze gracchianti di una radio che non smette mai di suonare.
Uscito nel 1973, il film non è solo un’opera cinematografica, ma una capsula del tempo lanciata a tutta velocità contro il muro della nostalgia.
Mentre l’America del ’73 era ferita dal Vietnam e dallo scandalo Watergate, Lucas scelse di guardare indietro, a quell’ultimo momento di innocenza collettiva che precedette l’assassinio di Kennedy e l’esplosione della psichedelia.
Il protagonista assoluto della pellicola non è un attore, ma il “Cruising”.
L’atto di guidare avanti e indietro lungo il viale principale, in un rituale di corteggiamento metallico fatto di sguardi lanciati da un finestrino all’altro e sfide di velocità tra semafori.
Le auto — la Ford Deuce Coupe gialla di John Milner o la Chevy del ’55 di Bob Falfa (un giovanissimo Harrison Ford) — non sono semplici mezzi di trasporto, ma estensioni dell’anima dei personaggi, armature scintillanti per moderni cavalieri della classe operaia.
Qui si innesta la cultura greaser: i capelli modellati con la brillantina, le magliette bianche con le maniche arrotolate per le sigarette, i giubbotti di pelle e quella ribellione sottile, quasi coreografata, che nascondeva in realtà una profonda fragilità.
I quattro protagonisti — Curt, Steve, Terry “il Rospo” e John — rappresentano le diverse sfaccettature di un’adolescenza al bivio. La notte raccontata dal film è l’ultima prima della partenza per il college, l’ultima occasione per essere giovani senza responsabilità, prima che la vita adulta (e per molti, la guerra) bussi alla porta.
Ma ciò che rende American Graffiti un’esperienza sensoriale totale è il suo legame indissolubile con la musica. Lucas compie un’operazione rivoluzionaria per l’epoca: elimina la colonna sonora orchestrale tradizionale e cuce l’intero film su un tappeto ininterrotto di successi rock ‘n’ roll, doo-wop e rhythm and blues. Più di quaranta brani — da Bill Haley a Buddy Holly, dai Beach Boys a Chuck Berry — fluiscono dalle autoradio delle macchine, creando un flusso di coscienza collettivo.
Il collante di questo universo sonoro è la voce spettrale e graffiante di Wolfman Jack, il leggendario DJ che trasmette da una stazione radio avvolta nel mistero. Per i ragazzi del film, Wolfman Jack è una divinità invisibile, l’unico in grado di comprendere i loro tormenti amorosi e le loro incertezze sul futuro.
La musica non commenta le scene dall’esterno, ma nasce dentro il film (musica diegetica), diventando l’aria stessa che i personaggi respirano.
È la musica a dare il coraggio di inseguire una misteriosa bionda su una Thunderbird bianca o di accettare una sfida mortale sulla Paradise Road.
Rivedere oggi American Graffiti significa immergersi in un’estetica al neon che ha influenzato decenni di cultura pop, da Happy Days al cinema di Tarantino.
È un film che celebra la transizione: quella tra l’adolescenza e l’età adulta, e quella tra un’America provinciale e la superpotenza globale che stava per cambiare pelle.
Il finale, con i titoli di coda che rivelano il destino dei protagonisti, colpisce come uno schiaffo gelato. Ci ricorda che quella notte magica, fatta di sogni, polvere e canzoni d’amore, era destinata a svanire all’alba. Ma grazie alla lente di Lucas, quel ronzio della radio e quel profumo di benzina rimarranno per sempre impressi nel retrovisore della nostra memoria collettiva.







