di Beatrice Silenzi

“Cabaret”, diretto da Bob Fosse nel 1972, è un film che trasporta gli spettatori in un mondo sotterraneo unico e inquietante.
Fin dalla prima apparizione del Maestro di Cerimonie, interpretato in modo magistrale da Joel Grey, il pubblico è catapultato in un ambiente stravagante e surreale.

Il film di Fosse, con la colonna sonora di John Kander e Fred Ebb, si svolge durante il periodo della Repubblica di Weimar, in Germania, mentre il paese è minacciato dall’ascesa del nazismo. Egli mette in scena un’autopsia coreografata di una civiltà al crepuscolo.

Così, Cabaret non è solo una trasposizione cinematografica, ma una discesa negli inferi della Repubblica di Weimar, dove il Kit Kat Club funge da ventre molle e corrotto di una nazione che scivola, quasi con voluttà, verso l’abisso del Terzo Reich.
L’incipit è un sortilegio visivo: il volto di Joel Grey, un Maestro di Cerimonie che sembra un demone di porcellana, accoglie lo spettatore in uno spazio dove la realtà è bandita.

Grey incarna lo spirito del tempo, un Virgilio sardonico che guida lo spettatore attraverso i fumi di un edonismo disperato. La regia, fatta di tagli nervosi e inquadrature frammentate, rompe con la tradizione del musical classico: qui i numeri commentano cinicamente l’orrore che sta montando fuori dalle mura del club.

Al centro di questo turbinio, brilla e si consuma Sally Bowles, la Liza Minnelli di quegli anni, esplosione di fragilità e artificio: con le sue ciglia eccessive e le unghie laccate di verde, è il simbolo di una cecità volontaria.
Mentre fuori il colore opaco delle camicie naziste macchia il grigio di Berlino, lei sceglie di restare sotto i riflettori, cullata da una “divina decadenza” che è, in verità, un presagio di morte.

Bob Fosse distilla un’atmosfera claustrofobica, in cui la sessualità è fluida e la politica è un rumore di fondo che diventa gradualmente assordante ed il film resta, a distanza di decenni, un’opera imprescindibile proprio per il modo in cui riesce a far paura attraverso la bellezza, mostrandoci come il male possa nascondersi dietro il trucco pesante di un palcoscenico e il ritmo trascinante di una fanfara.

Cabaret detiene un primato unico nella storia dell’Academy: è il film che ha vinto il maggior numero di Oscar (ben 8, tra cui Miglior Regia e Miglior Attrice) senza però vincere il premio come Miglior Film. Quell’anno, il premio andò a Il Padrino di Francis Ford Coppola.

Bob Fosse, inizialmente, non voleva Joel Grey per il ruolo del Maestro di Cerimonie, nonostante l’attore avesse già vinto un Tony Award per la stessa parte a Broadway. Il regista temeva che la sua performance fosse “troppo teatrale” per il cinema.
Tuttavia, il produttore insistette e Fosse dovette ricredersi, finendo per costruire l’intera estetica visiva del film proprio attorno alla maschera inquietante di Grey.

Il celebre dettaglio delle unghie dipinte di verde smeraldo di Sally Bowles fu un’idea di Liza Minnelli che voleva un dettaglio estetico che urlasse “eccentricità disperata” e che richiamasse lo stile delle donne della Berlino bohémien degli anni ’30, che cercavano di distinguersi con qualsiasi mezzo dalla nascente austerità borghese e militare.