di Beatrice Silenzi

Tra i giganti che hanno riscritto la storia del jazz nel secondo Novecento, Armando Anthony “Chick” Corea occupa un posto unico: compositore visionario, pianista prodigioso, sperimentatore instancabile, capace di attraversare con naturalezza mezzo secolo di evoluzioni musicali senza mai perdere la propria identità.
Nato nel 1941 a Chelsea, nel Massachusetts, da una famiglia di origini italiane, Corea è stato una figura-ponte tra la tradizione be-bop e le avanguardie elettriche, tra l’improvvisazione pura e la scrittura colta, tra l’energia del jazz e la spiritualità della musica.

Figlio di un trombettista jazz, Corea cresce ascoltando Dizzy Gillespie e Charlie Parker: le fondamenta del suo linguaggio pianistico sono profondamente legate al bebop, ma fin da giovane rivela una curiosità insaziabile. Dopo gli studi alla Juilliard School di New York, inizia a suonare con maestri come Blue Mitchell, Herbie Mann e soprattutto Miles Davis, con il quale incide dischi epocali come Filles de Kilimanjaro, In a Silent Way e Bitches Brew.

Con Davis, Corea scopre l’universo elettrico, il sintetizzatore, il groove psichedelico che avrebbe dato vita alla stagione del jazz fusion. Ma mentre molti restavano ancorati alla dimensione sperimentale, Corea andava oltre: cercava una sintesi tra le energie del rock e la libertà del jazz, tra la tecnica e il gioco, tra l’intelligenza e l’anima.

Nel 1972 fonda i Return to Forever, uno dei gruppi più influenti della storia del jazz-rock, insieme a Stanley Clarke, Lenny White e Al Di Meola. L’album Return to Forever inaugura una nuova era: sonorità elettriche, ritmi latini, strutture complesse ma melodie immediate.
In brani come Spain o La Fiesta, Corea fonde la vitalità iberica, la sensibilità classica e il senso del ritmo afro-cubano in un linguaggio trascinante, capace di parlare a un pubblico ben più vasto di quello jazzistico tradizionale.

“Spain” è oggi un classico assoluto in cui si riconosce tutta la filosofia di Corea: la musica come linguaggio universale, come dialogo, come festa.
Dietro la tecnica impressionante di Corea – il tocco cristallino, la velocità, la precisione armonica – si nascondeva una dimensione spirituale profonda.

Ispirato al pensiero di L. Ron Hubbard e alla filosofia di Scientology, cercava nella musica una forma di libertà interiore, di elevazione. Questo aspetto emerge in dischi più intimi come Now He Sings, Now He Sobs (1968), un capolavoro del pianismo moderno in trio, e Children’s Songs (1984), una raccolta di brevi brani per pianoforte ispirati alla purezza dell’infanzia, dove la semplicità diventa profondità.

Corea amava definire la musica come “una conversazione con l’universo”. Ogni nota, ogni improvvisazione era per lui un atto di comunicazione sincera, un modo per esprimere gratitudine verso la vita e verso l’ascoltatore.
Pochi musicisti hanno saputo collaborare con così tante personalità diverse senza perdere coerenza.

Chick Corea ha suonato in duo con Herbie Hancock, in un dialogo leggendario tra due menti del jazz moderno; con Gary Burton, creando un sodalizio raffinato che univa vibrafono e pianoforte in un equilibrio quasi cameristico; con Bobby McFerrin, sperimentando la fusione tra voce e pianoforte in forma di puro gioco improvvisativo.

Ha ricevuto 23 Grammy Awards e oltre 60 nomination, più di qualsiasi altro pianista jazz. Ma al di là dei premi, la sua eredità risiede nella capacità di aver reso il jazz accessibile senza banalizzarlo, di aver unito rigore e immaginazione, tradizione e avanguardia.

Fino ai suoi ultimi giorni – si è spento nel 2021 – Corea continuava a suonare, comporre, insegnare. In un messaggio lasciato ai fan poco prima della morte ha scritto: “Desidero ringraziare tutti coloro che, lungo il mio viaggio musicale, hanno contribuito a mantenere acceso il fuoco della creatività. La mia speranza è che coloro che sentono il richiamo della musica lo seguano, e che portino gioia al mondo come me è stato dato di fare.”