Pianista, direttore d’orchestra e compositore, Basie non è stato soltanto un protagonista dell’epoca d’oro dello swing, ma uno degli architetti più influenti della musica afroamericana del Novecento. La sua figura incarna la sintesi perfetta tra eleganza, ritmo e leggerezza: un marchio di fabbrica che avrebbe trasformato per sempre il linguaggio del jazz orchestrale.
Nato nel 1904 a Red Bank, nel New Jersey, Basie cresce in un ambiente in cui la musica è parte della vita quotidiana. Sua madre suona il pianoforte in chiesa, e da lei eredita il primo contatto con la tastiera.
Dopo un periodo di apprendistato nei teatri di Harlem, accompagnando spettacoli di vaudeville e film muti, Basie intraprende un lungo viaggio che lo porterà nel cuore pulsante del jazz degli anni ’20: Kansas City.
In quella città, dove le regole erano più flessibili e la musica scorreva senza sosta nei club, Basie trova la sua dimensione ideale. Si unisce all’orchestra di Bennie Moten, una delle più importanti dell’epoca, e dopo la morte di Moten nel 1935, prende le redini del gruppo. Nasce così la Count Basie Orchestra, una macchina sonora destinata a diventare leggenda.
Basie porta nel jazz orchestrale una rivoluzione silenziosa ma dirompente: l’uso del riff, una breve frase musicale ripetuta e intrecciata tra le sezioni dell’orchestra, che diventa la spina dorsale del suo stile.
Lungi dall’essere un direttore rigido o accademico, Basie costruisce un suono basato sulla spontaneità, sull’interazione e sull’improvvisazione collettiva.
Il suo swing è inconfondibile: rilassato ma inesorabile, preciso ma mai rigido. Le sue orchestre – con musicisti del calibro di Lester Young, Freddie Green, Jo Jones, Buck Clayton e Harry “Sweets” Edison – sviluppano un groove che sembra galleggiare nell’aria.
A differenza della densità orchestrale di Duke Ellington, Basie preferisce la leggerezza, il respiro, il silenzio tra le note. Come disse il grande sax tenore Lester Young: “Count lascia spazio, e lo swing respira.”
Il pianoforte di Count Basie è un altro segno distintivo. Non cerca mai il virtuosismo fine a sé stesso: le sue frasi sono brevi, essenziali, talvolta ironiche.
Ogni nota è scelta con cura, come se Basie sapesse che il vero ritmo nasce non solo dal suono, ma dallo spazio che lo circonda. Il suo stile sobrio e percussivo diventerà un modello per generazioni di musicisti, da Thelonious Monk a Oscar Peterson.
Basie ha il dono raro di “suonare poco, ma dire tutto”. Nei suoi assoli, una pausa vale quanto una cascata di note. E proprio quella capacità di lasciare spazio all’orchestra, di far emergere i solisti senza mai imporsi, lo rende uno dei più grandi direttori della storia del jazz.
Negli anni Trenta e Quaranta, la Count Basie Orchestra diventa un fenomeno nazionale. Brani come One O’Clock Jump e Jumpin’ at the Woodside entrano nel mito dello swing, e l’orchestra si esibisce in tutte le principali sale da ballo e teatri d’America.
Quando, negli anni Cinquanta, il jazz subisce la trasformazione del bebop e il declino delle grandi orchestre, Basie riesce a reinventarsi senza tradire la propria identità.
La sua “nuova” orchestra, fondata nel 1952, si distingue per un suono più raffinato, arrangiamenti più complessi e una ritmica ancora irresistibile.
Con arrangiatori come Neal Hefti e Quincy Jones, Basie entra in una dimensione più moderna del jazz orchestrale, collaborando con alcune delle più grandi voci del secolo: Frank Sinatra, Ella Fitzgerald, Tony Bennett, Sammy Davis Jr.. I dischi incisi con Sinatra – come Sinatra-Basie: An Historic Musical First (1962) – restano pietre miliari del dialogo tra swing e voce.
Dietro la spontaneità apparente della musica di Basie c’è una disciplina ferrea.
Le sue orchestre erano famose per la precisione impeccabile e per l’equilibrio tra improvvisazione e rigore. Tutto deve “swingare”, ma niente doveva essere lasciato al caso.







