Il jazz possiede lo straordinario potere di catturare l’istante.
È difficile attribuire con certezza questa citazione a un autore specifico, ma è innegabile che essa sintetizzi con precisione chirurgica l’essenza più profonda di questo genere musicale.
In questo scenario, l’Italia ha saputo costruire una tradizione di altissimo profilo, specialmente per quanto riguarda il piano. Accanto a nomi altrettanto celebri brilla Danilo Rea, un artista che ha saputo elevare il pianoforte jazz a uno strumento di narrazione universale.
Nato a Vicenza nel 1957, Rea si è trasferito nella Capitale ancora bambino ed è proprio nell’effervescente ambiente culturale romano che sboccia il suo amore per la musica. Per il giovane Danilo, tutto ciò che produce melodia e armonia diventa non solo un interesse, ma la principale forma di espressione e svago.
Questa passione trova presto uno sbocco accademico nel prestigioso Conservatorio di Santa Cecilia, dove compie i suoi studi classici diplomandosi in pianoforte con il massimo dei voti.
Questa solida base tecnica diverrà il fondamento su cui innestare le sue successive esplorazioni jazzistiche.
Il suo suono è immediatamente riconoscibile grazie a due pilastri fondamentali: la predilezione per la melodia e una naturale propensione all’improvvisazione.
Elementi che hanno forgiato uno stile unico, capace di affascinare sia i puristi del jazz che il grande pubblico.
Il legame con il Conservatorio di Santa Cecilia è rimasto forte nel tempo, tanto che l’artista ha ricoperto la cattedra di jazz presso l’istituto romano fino al 2017.
La sua formazione può essere definita “totale”: pur essendo un jazzista di fama mondiale, Rea non ha mai ignorato i linguaggi del rock, del pop o della musica colta. Ogni genere musicale è stato per lui una fonte di nutrimento, un tassello necessario per arricchire una sensibilità artistica fuori dal comune.
Il debutto ufficiale nel mondo che conta avviene poco dopo il compimento della maggiore età: insieme a Roberto Gatto ed Enzo Pietropaoli, Rea fonda il “Trio di Roma”, una formazione che attira subito l’attenzione della critica e del pubblico, proiettandolo verso la fama. Grazie alle sue doti di accompagnatore sensibile e mai banale, viene notato dai più grandi nomi della canzone italiana.
La lista delle sue collaborazioni è un vero e proprio “chi è” della storia della nostra musica: ha suonato accanto a leggende come Domenico Modugno e Mina, e ha impreziosito le opere di artisti del calibro di Claudio Baglioni, Gino Paoli, Gianni Morandi, Adriano Celentano, Pino Daniele, Renato Zero e Fiorella Mannoia.
Ma ben presto Rea si impone anche sulla scena internazionale, confrontandosi con i giganti del jazz mondiale come Chet Baker, Steve Grossman, Gato Barbieri e Luis Bacalov e la sua carriera è un mosaico di successi e premi, alimentata da una passione che molti definirebbero come un “vivere di pane e musica”.
Nel 1997, un nuovo capitolo fondamentale si apre con la nascita dei “Doctor 3”, trio formato con Enzo Pietropaoli e Fabrizio Sferra.
Per tre anni consecutivi, il gruppo riceve il premio come miglior formazione jazz italiana, un riconoscimento che permette loro di calcare i palchi più prestigiosi in Europa, negli Stati Uniti, in Sud America e persino in Cina.
Un momento emblematico della sua carriera risale al 2001, quando ha il raro privilegio di partecipare alle sessioni in studio di Mina, apparendo in un documentario che documenta il ritorno video della cantante dopo anni di isolamento.
Il 2006 lo vede protagonista del “Concerto per l’Europa” a Ventotene, insieme a Louis Bacalov e Nicola Piovani.
Nello stesso periodo partecipa al tour “Uomini in frac” con Peppe Servillo e i componenti degli Avion Travel.
Lo spettacolo era un omaggio sentito a Domenico Modugno, l’artista che, attraverso i suoi vinili, aveva trasmesso a un giovanissimo Rea l’amore per il canto e la melodia.
In occasione del cinquantesimo anniversario di Nel blu dipinto di blu, Rea ha saputo reinterpretare con originalità il canzoniere del grande cantautore pugliese.
Nonostante la natura collaborativa, Danilo Rea trova la sua dimensione ideale nel “piano solo”, è in questa forma che raggiunge l’apice dell’espressività, lasciando libero sfogo alla creatività pura. Nei suoi recital solitari, egli è capace di fondere capolavori del pop italiano, standard jazz e arie d’opera in un unico flusso improvvisativo.
La sua discografia solista è altrettanto ricca.
Nel 2000 pubblica Lost in Europe, seguito nel 2003 dal rivoluzionario Lirico, un album dove il jazz incontra l’opera in un mix meticoloso e raffinato.
Questo amore per il bel canto lo porterà a inaugurare diversi festival internazionali con concerti dedicati proprio all’improvvisazione su temi operistici.
Altri lavori degni di nota sono Solo (2006) e Introverso (2008), progetto quest’ultimo dalle tinte intimiste composto interamente da brani inediti.
Nel 2010, incide per un’importante etichetta tedesca A tribute to Fabrizio De André, un disco che riceve l’elogio unanime della critica.
Le pietre miliari della sua carriera includono primati storici, come quello di essere stato il primo jazzista a tenere un concerto solista nella Sala Santa Cecilia del Parco della Musica nel 2003, o la sua esibizione al Guggenheim Museum di New York nel 2006.
Rea ha avuto il merito di saper intercettare i gusti di un pubblico vasto, avvicinando al jazz anche chi non lo conosceva e, in anni più recenti, ha consolidato il legame artistico con Gino Paoli, con il quale ha prodotto album di successo come Due come noi che… e Napoli con amore, oltre ad aver firmato colonne sonore per i film di Walter Veltroni ed intraprendere un coraggioso progetto a quattro mani con il pianista Ramin Bahrami, Bach is in the air, dedicato alle opere del compositore tedesco.
Il suo successo in Cina gli è valso nel 2016 il prestigioso Leone d’Oro ai China Awards, come riconoscimento per il suo ruolo di ambasciatore culturale.
Oltre a essere uno dei pochissimi italiani menzionati nell’Enciclopedia del Jazz, Rea si distingue per la sua umanità.
Da dieci anni collabora con l’associazione “Donatori di Musica”, esibendosi gratuitamente negli ospedali italiani.
Nel 2018 ha pubblicato l’autobiografia Il Jazzista imperfetto, un racconto sincero di una vita dedicata a quell’istante magico che solo la musica sa creare.
Ad oggi, continua a essere una presenza instancabile sui palchi di tutto il mondo, confermandosi come un artista curioso, generoso e in continua evoluzione.







