Una carriera lunga oltre mezzo secolo, con una collezione di film memorabili, che costituiscono anche la mappa emotiva dell’America contemporanea: le sue paure, le sue ossessioni, il suo desiderio di potere, la sua violenza sotterranea e persino la sua malinconia.
La vita di Robert De Niro è già di per sé affascinante.
Nasce a New York nel 1943, figlio di artisti bohémien legati all’espressionismo astratto.
Il padre, che si chiama anche lui Robert, lascia la famiglia dopo due anni dalla nascita di Robert Jr, dopo aver preso piena consapevolezza della propria omosessualità.
Nonostante il divorzio e una vita tormentata da problemi di salute mentale e depressione per il mancato riconoscimento commerciale della sua arte, però riesce a mantenere un legame profondo con il figlio attore, che cresce in una Manhattan ancora lontana dall’immagine patinata e turistica di oggi.
La città degli anni Cinquanta e Sessanta è un organismo nervoso, sporco, febbrile, attraversato da conflitti sociali e da una creatività straordinaria.
È lì che prende forma il suo sguardo: introverso, osservatore, quasi timido. Un volto apparentemente immobile, capace però di suggerire tempeste interiori.
Il grande incontro della sua vita artistica è naturalmente quello con Martin Scorsese. Il sodalizio tra i due rappresenta uno dei vertici assoluti della storia del cinema.
Mean Streets, Taxi Driver, Toro scatenato, Quei bravi ragazzi o Casino sono tragedie moderne. E De Niro ne diventa il perfetto interprete.
In Taxi Driver del 1976, Travis Bickle è un reduce disturbato del Vietnam e anche il simbolo dell’alienazione metropolitana, dell’uomo che non riesce più a riconoscersi nel mondo che lo circonda.
La celebre scena davanti allo specchio — “You talkin’ to me?” — è celeberrima perché racchiude qualcosa di profondamente attuale, il dialogo disperato dell’individuo con la propria solitudine.
De Niro non recita Travis Bickle. Lo abita. Ed è questo il tratto distintivo della sua arte.
Formatosi all’Actors Studio e influenzato dal metodo Strasberg, l’attore newyorkese ha sempre cercato una fusione quasi fisica con i propri personaggi.
Per Toro scatenato ingrassa oltre venti chili per interpretare il pugile Jake LaMotta nella fase finale della sua vita.
Dietro molti suoi personaggi si nasconde una fragilità quasi infantile.
I suoi gangster spesso non sono veri dominatori, sono uomini divorati dall’insicurezza, dalla paranoia, dalla necessità di essere rispettati. Persino nei ruoli più feroci emerge sempre una crepa emotiva.
In questo senso, De Niro è stato il volto perfetto della crisi del sogno americano.
Negli anni Settanta e Ottanta Hollywood smette progressivamente di raccontare eroi impeccabili e comincia a interessarsi agli antieroi, ai perdenti, agli emarginati e lui diventa il simbolo di questa rivoluzione narrativa.
Quando si muove nel territorio della commedia, il suo talento mantiene una profondità particolare. Terapia e pallottole, Ti presento i miei o Analyze This mostrano una sorprendente autoironia.
De Niro comprende perfettamente il peso mitologico della propria immagine e decide di giocarci. È una mossa intelligente, quasi metacinematografica: il gangster definitivo che si trasforma improvvisamente in padre ansioso o boss nevrotico.
Negli ultimi anni, la sua figura ha assunto una dimensione quasi monumentale. Film come The Irishman di Scorsese sembrano riflettere sul tempo stesso, sulla memoria, sull’invecchiamento degli uomini e dei miti.
Frank Sheeran, il killer silenzioso non è più il criminale esplosivo degli anni giovanili. È un uomo svuotato dal tempo, perseguitato dai fantasmi delle proprie azioni.
Ma la grandezza di Robert De Niro non risiede soltanto nella tecnica o nella scelta dei ruoli. Pochi attori hanno saputo usare il silenzio come lui.
Un’espressione trattenuta, uno sguardo abbassato, una pausa troppo lunga: dettagli minimi che diventano linguaggio e in un’epoca dominata dalla sovraesposizione mediatica, De Niro continua inoltre a conservare qualcosa di enigmatico.
Non è mai stato un divo nel senso classico del termine.
Non possiede l’eleganza aristocratica di Cary Grant né il magnetismo teatrale di Al Pacino.
La sua forza è più oscura, più urbana, quasi animalesca.
È il volto della strada, della notte, dell’America inquieta che Hollywood spesso preferiva nascondere.
Forse è proprio per questo che continua a essere così influente. Robert De Niro non rappresenta soltanto il cinema: rappresenta la trasformazione culturale di un intero Paese.
Attraverso i suoi personaggi si possono leggere decenni di paure collettive, cambiamenti sociali, illusioni perdute.
Eppure, nonostante premi, Oscar e consacrazioni, nei suoi occhi rimane sempre qualcosa di irrisolto.
Una distanza. Una malinconia trattenuta. Come se ogni personaggio interpretato avesse lasciato una traccia permanente.







