di Beatrice Silenzi

C’è una strada che collega le sponde polverose del Delta del Mississippi alle terre aspre e selvagge della Sardegna. Questa strada è rappresentata dal blues, con una chitarra in spalla e un’armonica sempre a portata di mano
Francesco Piu è un bluesman sardo, di Osilo, classe 1981, non solo musicista: un alchimista capace di fondere il lamento ancestrale del blues afroamericano con le sonorità del Mediterraneo che creano un linguaggio che è allo stesso tempo universale e profondamente radicato nella sua isola.

La carriera di Francesco Piu è una cavalcata trionfale iniziata nei primi anni 2000. La formazione è quella di un purista che ha saputo evolversi quale sperimentatore che ha trovato la sua verità mescolando il folk, il rock e il soul alla struttura portante del genere. La consacrazione internazionale arriva nel 2010, quando, dal palco del Beale Street, rappresenta l’Italia all’International Blues Challenge di Memphis. 

La sua peculiarità risiede nella formula del “One Man Band”.
Le sue dita volano sulla chitarra (che sia una resofonica, una Weissenborn o una classica acustica), i suoi piedi dettano il ritmo su una batteria rudimentale e la sua voce graffiante si intreccia con i riff dell’armonica. Un’orchestra racchiusa in un solo uomo.

La produzione discografica di Piu è un diario di bordo in continua evoluzione.
Blues In The Night (2006) e Ma-Moo Tones (2012 prodotto da Eric Bibb) mostrano una maturità compositiva rara.
Tuttavia, è con il progetto “Crossing” (2019) che Piu compie il suo capolavoro concettuale.
In Crossing, Francesco decide di rendere omaggio a Robert Johnson, il padre del blues moderno, con un’intuizione geniale: trasporta i brani del leggendario chitarrista di Hazelhurst nel bacino del Mediterraneo.
I ritmi del Mississippi si mescolano all’oud arabo, alla tammurriata napoletana e ai suoni arcaici della Sardegna: il blues torna a casa, come musica dei popoli, del viaggio e della sofferenza che si fa speranza.

Il valore di un artista si misura anche dai compagni di viaggio, e il curriculum di Piu vanta nomi da capogiro.
Ha aperto i concerti di leggende come Johnny Winter, Jimmie Vaughan, Robert Cray, Charlie Musselwhite e i ZZ Top.
Ha collaborato con il re del fingerstyle Tommy Emmanuel e con Guy Davis. 
Per Francesco il blues non è musica polverosa da ascoltare in poltrona, ma una forza viva. Nei suoi testi e nelle sue interviste emerge spesso l’idea della musica come strumento di unione.
La sua Sardegna, con le pietre millenarie e l’isolamento geografico, somiglia incredibilmente al Delta: terre di pastori, di fatica e di un orgoglio silenzioso che trova sfogo nel canto.

Il suo ultimo lavoro, “Peace & Grooves” (2021), scritto a quattro mani con lo scrittore Salvatore Niffoi, conferma questa visione: un blues che si fa letteratura, che parla di pace in tempi di conflitto e che non smette mai di cercare il “groove” interiore, quel battito del cuore che ci rende tutti uguali sotto il cielo.