di Beatrice Silenzi

In un passato non troppo lontano, Kevin Spacey era considerato un’autentica celebrità della recitazione cinematografica e teatrale. Sguardo sornione, voce vellutata, capacità camaleontica di infondere minaccia in un sorriso, Spacey ha incarnato per tre decenni l’archetipo dell’antieroe sofisticato. Poi, nel giro di una notte, la sua storia è diventata il caso studio più emblematico della “cancel culture” moderna nell’era del #MeToo.

Nato nel New Jersey nel 1959, Kevin Spacey Fowler ha costruito la sua carriera con una dedizione quasi monastica.
Dopo la formazione alla Juilliard e il successo a Broadway, il cinema si accorge di lui negli anni ’90 ed il 1995 è l’anno della svolta: con l’interpretazione dell’enigmatico Verbal Kint ne I soliti sospetti, vince il suo primo Oscar come miglior attore non protagonista.
La sua battuta finale “La beffa più grande che il diavolo abbia mai fatto al mondo è stata convincerlo che lui non esiste” diventa leggenda.

Quattro anni dopo, con American Beauty, conquista un nuovo l’Oscar come miglior attore protagonista, dando voce e volto alla crisi dell’uomo medio americano.
La sua carriera non conosce confini: per dieci anni è direttore artistico dell’Old Vic di Londra, uno dei teatri più prestigiosi al mondo, e nel 2013 inaugura l’era d’oro dello streaming con House of Cards, interpretando lo spietato Frank Underwood.

Nell’ottobre del 2017, mentre il caso Weinstein scuote le fondamenta di Hollywood, l’attore Anthony Rapp accusa Spacey di una molestia avvenuta nel 1986, quando Rapp era quattordicenne. La risposta di Spacey, in una nota in cui fa coming out dichiarandosi omosessuale, ma affermando di non ricordare l’episodio, viene  duramente criticata come un tentativo di sviare l’attenzione.
L’effetto è immediato e devastante.

Netflix lo licenzia da House of Cards, Ridley Scott lo rimuove dal film Tutti i soldi del mondo (sostituendolo con Christopher Plummer a riprese già terminate) e l’industria cinematografica gli chiude le porte in faccia.
In poche settimane, uno degli attori più potenti del mondo diventa un paria.
A differenza di altri casi simili, la vicenda di Spacey ha un lungo e tormentato iter giudiziario.
Nel 2022, un tribunale di New York lo assolve dalle accuse di Anthony Rapp, stabilendo che il fatto non sussiste, ma la sfida più grande arriva nel Regno Unito, dove Spacey deve rispondere di nove capi d’accusa per aggressioni sessuali avvenute tra il 2001 e il 2013.

Nel luglio 2023, nel giorno del suo 64mo compleanno, la Southwark Crown Court di Londra lo dichiara non colpevole per tutti i capi d’imputazione. Le sue lacrime alla lettura della sentenza fanno il giro del mondo.
Giuridicamente, Spacey è un uomo libero e innocente; socialmente e professionalmente, però, la sentenza non cancellato lo stigma.

In una recente e cruda intervista rilasciata a Piers Morgan, Spacey è apparso vulnerabile, ammettendo di aver perso quasi tutto: le sue case sono state pignorate per pagare le spese legali milionarie e il suo patrimonio è stato prosciugato.
È emerso il ritratto di un uomo che, pur non avendo commesso reati secondo la legge, ha ammesso comportamenti “liminali” e un uso spregiudicato del proprio potere e fascino.
Oggi c’è chi sostiene che l’assoluzione in tribunale debba coincidere con il reintegro professionale: se un uomo è innocente per lo Stato, perché dovrebbe continuare a subire l’ostracismo?
Altri nell’industria temono le ripercussioni d’immagine nel collaborare con una figura che rimane comunque controversa.

Kevin Spacey sta tentando una lenta risalita attraverso produzioni indipendenti, spesso europee, lontano dai riflettori delle grandi major californiane.
Film come L’uomo che disegnò Dio di Franco Nero o il thriller Peter Five Eight segnano i suoi primi passi post-scandalo.
La domanda rimane aperta: il pubblico è pronto a separare l’uomo dall’artista?