di Beatrice Silenzi

Non è il fragore a definire una jazz orchestra, ma quel millesimo di secondo che precede il primo attacco: diciassette musicisti immobili, il riflesso delle luci sulle campane dei tromboni e quell’elettricità statica che si accumula tra le gambe dei leggii.
Poi, un cenno quasi invisibile del direttore o il semplice schiocco ritmico di un dita, e l’aria si spacca. Non è un suono, è una massa d’urto fisica, un’onda d’urto che ti colpisce allo sterno e ti ricorda che, nonostante l’era del digitale, nulla può eguagliare la potenza acustica di diciassette polmoni che spingono insieme verso la stessa nota.

La jazz orchestra, o big band, è un paradosso vivente. Da un lato rappresenta l’ordine quasi militare della partitura scritta; dall’altro è il regno dell’anarchia controllata.
Se l’orchestra sinfonica tende alla perfezione dell’amalgama, dove l’individualità deve scomparire per favorire il colore del gruppo, la jazz orchestra celebra il solista proprio mentre lo tiene prigioniero di un arrangiamento ferreo.

Al centro di questa architettura sonora c’è una struttura codificata: la sezione dei sax (cinque musicisti che passano dal sussurro vellutato al ruggito), i quattro tromboni che danno corpo e profondità, le quattro trombe che svettano come grattacieli di suono, e infine la sezione ritmica – pianoforte, contrabbasso, batteria e talvolta chitarra – che funge da sala macchine, il battito cardiaco che impedisce a tutta la struttura di crollare.

Ma cosa rende una jazz orchestra diversa da un semplice insieme di fiati? La risposta sta in una parola che è diventata leggenda: Duke Ellington. Fu lui a capire che non stava scrivendo per “uno strumento”, ma per “quell’uomo”. Non scriveva per il primo trombone, scriveva per Lawrence Brown. Questa è l’essenza del jazz orchestrale: una democrazia guidata. Ogni musicista porta il proprio timbro, la propria “voce” sporca, il proprio vibrato unico, e l’arrangiatore deve essere un sarto capace di cucire un abito monumentale che però lasci libertà di movimento per il momento sacro del solo.

Quando un solista si alza in piedi per la sua improvvisazione, l’orchestra non scompare. Diventa un fondale dinamico.
I “backgrounds” – quei riff ripetuti ed esplosivi che gli altri fiati suonano dietro il solista – sono come benzina sul fuoco.
È qui che avviene il miracolo: il singolo vola alto, sorretto da una cattedrale di suono che sembra sul punto di esplodere ma che rimane miracolosamente in piedi.
Storicamente, le big band sono state le portaerei dello swing negli anni ’30 e ’40.

Erano le macchine da ballo che facevano tremare il Savoy di New York. Con nomi come Count Basie, l’orchestra divenne sinonimo di un ritmo implacabile, un treno in corsa che non faceva fermate. Eppure, nel corso dei decenni, questa formazione ha saputo evolversi.
Dalle sperimentazioni progressive di Stan Kenton alle architetture oniriche di Gil Evans, fino alle moderne big band contemporanee come quella di Maria Schneider, la jazz orchestra è diventata una tela per pittori sonori che usano i musicisti come colori primari.

Oggi, assistere a un concerto di una jazz orchestra è un atto di resistenza sensoriale. In un mondo di musica campionata e algoritmi, vedere diciassette persone che sincronizzano il proprio respiro per produrre un “fortissimo” che ti fa vibrare i vestiti è un’esperienza primordiale. È la dimostrazione che la complessità può essere eccitante e che la disciplina non esclude la libertà.

La jazz orchestra è l’immagine speculare di una società ideale: ognuno ha la sua voce, ognuno ha il suo momento per brillare, ma la vera bellezza emerge solo quando tutti accettano di far parte di qualcosa di immensamente più grande.
Quando l’ultima nota si spegne e il riverbero muore lentamente nella sala, restano solo l’odore dell’olio dei pistoni e la sensazione di aver assistito a un miracolo di ingegneria umana e poetica.