C’è un’immagine che definisce Stefano Bollani meglio di qualunque biografia: quella di un fanciullo eterno che abita il corpo di un virtuoso assoluto, per cui il pianoforte è un laboratorio di invenzioni dove la musica colta e lo sberleffo popolare convivono. Se il jazz, nella sua accezione più pura, è l’arte dell’imprevisto, Bollani ne è l’interprete più gioioso, colui che ha trasformato l’improvvisazione in una forma di felicità pubblica.
Nel mondo musicale spesso diviso tra il rigore algido delle sale da concerto e la leggerezza effimera dell’intrattenimento, Bollani si muove come un funambolo su un filo teso tra i generi, dimostrando che l’ironia non è il nemico della profondità, ma la sua chiave di lettura più acuta.
Nato a Milano ma cresciuto a Firenze, manifesta fin da giovanissimo un talento onnivoro. Il suo percorso accademico è impeccabile, culminando nel diploma di pianoforte al Conservatorio Luigi Cherubini, ma la sua vera educazione avviene “strada facendo”, tra le pieghe del pop, del rock e, naturalmente, del jazz.
La svolta decisiva arriva dall’incontro con Enrico Rava, il patriarca della tromba jazz in Italia, che intuisce immediatamente che quel giovane pianista possiede qualcosa di raro: una prontezza di spirito che gli permette di rispondere a una sollecitazione sonora con la velocità di una battuta di spirito.
Accanto a Rava, Bollani impara l’arte dell’ascolto e della sottrazione, ma sviluppa contemporaneamente una voce solistica dirompente.
La sua tecnica, debitrice tanto di un lirismo tutto italiano quanto delle dissonanze monkiane, diventa lo strumento per esplorare territori sempre nuovi.
La caratteristica che più lo distingue è la capacità di far ridere attraverso la musica.
Non si tratta di comicità banale, ma di un’ironia intellettuale che ricorda quella di Erik Satie o di Igor Stravinskij.
Bollani decontestualizza i linguaggi: può iniziare un concerto con una citazione di Prokof’ev, scivolare in un successo di Raffaella Carrà e finire in un’improvvisazione d’avanguardia, il tutto senza che l’ascoltatore avverta alcuna forzatura.
Questa attitudine è magistralmente sintetizzata nei suoi famosi “concerti in solo”, dove il pubblico viene invitato a proporre temi su cui improvvisare.
In questi momenti, egli opera una sorta di miracolo laico: prende il materiale più eterogeneo — dalla sigla di un cartone animato a un’aria d’opera — e lo rielabora in una struttura architettonica complessa e affascinante.
È la dimostrazione vivente che non esistono generi “bassi” o “alti”, ma solo musica viva o musica morta.
L’eclettismo di Bollani non è un esercizio di stile, ma una necessità esistenziale.
Il suo amore per la musica brasiliana, documentato in dischi memorabili come Carioca o nelle collaborazioni con Hamilton de Holanda, rivela la sua affinità con il choro e la samba, generi dove la malinconia e la gioia si fondono in un ritmo irresistibile.
In Brasile, trova una libertà espressiva che risuona perfettamente con la sua natura: una musica che è festa e rito allo stesso tempo.
Parallelamente, la sua carriera lo vede calcare i palcoscenici della musica classica sotto la direzione di maestri come Riccardo Chailly, eseguendo Gershwin, Ravel o Bernstein con le orchestre più prestigiose del mondo (dalla Gewandhaus di Lipsia alla Scala di Milano). In questi contesti, porta una ventata di freschezza jazzistica, una vitalità ritmica che scuote la polvere dalle partiture senza mai tradirne l’essenza.
Non si può parlare di Stefano Bollani senza menzionare la sua straordinaria capacità comunicativa, attraverso la radio (Dottor Djembé), la televisione (Sostiene Bollani, Via dei Matti n°0) e i suoi libri, ha svolto un’opera di divulgazione musicale senza precedenti in Italia.
Con garbo e competenza, ha spiegato al grande pubblico che la musica è un linguaggio che appartiene a tutti, che non bisogna averne paura e che, soprattutto, la musica è “gioco”.
In inglese e in francese, i verbi to play e jouer significano sia “suonare” che “giocare” e Bollani ha fatto di questa sovrapposizione semantica il cardine della sua poetica.
Per lui, sedersi al pianoforte significa tornare in quella stanza dei giochi dove tutto è possibile, dove l’errore è una nuova opportunità creativa e dove l’unica regola è la curiosità.
Oggi, Stefano Bollani è un intellettuale del suono che ha abbattuto i muri tra le discipline.
La sua collaborazione storica con Chick Corea, documentata nel disco Orvieto, ha sancito il suo ingresso definitivo nel pantheon dei grandi mondiali, mostrandolo capace di dialogare alla pari con una leggenda assoluta.
Insegna che si può essere musicisti rigorosissimi senza essere seriosi, che si può studiare la tecnica per tutta la vita solo per dimenticarsene nell’istante esatto in cui si tocca il tasto, lasciando che sia l’intuizione a guidare le mani.
Quando la sua mano destra rincorre un’idea e la sinistra le risponde con una sfida ritmica, quello che sentiamo non è solo jazz: è il suono della libertà pura.







