Ci sono artisti che attraversano le stagioni della musica senza mai appartenere del tutto al loro tempo, come se la loro voce fosse una parentesi tra epoche.
Nicola Arigliano appartiene a questa categoria rara: cantante, jazzista, interprete raffinato, uomo di spettacolo e d’ironia sottile.
È stato, a suo modo, un artigiano del suono e della parola, capace di unire il gusto per il jazz americano all’inconfondibile musicalità italiana. Il suo nome evoca un modo di fare musica ormai perduto, in cui il talento conviveva con la discrezione, e il successo non cancellava mai il senso dell’ironia.
Nicola Arigliano nato a Squinzano, in provincia di Lecce, il 6 dicembre 1923, in una famiglia modesta del Salento contadino, non studiò musica in senso accademico, ma la respirò fin da ragazzo: le bande di paese, le serenate, le prime orchestre che accompagnavano i balli nelle piazze furono la sua vera scuola.
In un’Italia ancora ferita dalla guerra, il giovane Nicola sognava un mondo fatto di note e di libertà. A diciotto anni lasciò la Puglia e cominciò a vagabondare tra Roma, Milano e Torino, lavorando come cameriere e suonando in piccoli locali notturni.
Fu in quegli anni che Arigliano scoprì il jazz americano: Duke Ellington, Louis Armstrong, Nat King Cole, Ella Fitzgerald. Quelle sonorità lo conquistarono. La voce calda, il senso dello swing e il gusto per l’improvvisazione divennero la sua cifra personale.
Ma non si limitò a imitare: trasformò quelle influenze in una lingua tutta sua, fatta di inflessioni dialettali, ironia e un senso melodico profondamente italiano.
La svolta arrivò negli anni Cinquanta, quando cominciò a esibirsi nei locali milanesi frequentati da musicisti e intellettuali.
Fu notato da Gorni Kramer, che lo volle con sé in diverse trasmissioni radiofoniche. Poi arrivarono la televisione e i festival. Arigliano entrò nel cuore dell’Italia che stava scoprendo il boom economico, con canzoni come Simpatica, I sing ammore, Arrivederci, My wonderful bambina.
Ma il suo modo di cantare era diverso da quello dei divi della canzone italiana. Non gridava, non cercava effetti facili: preferiva il sussurro, il tempo giusto, la parola cesellata.
Ogni nota sembrava avere un sorriso dentro. In un panorama dominato da melodie struggenti e orchestrazioni pompose, Arigliano portava leggerezza e swing. Era un crooner mediterraneo, capace di fare proprie le atmosfere del jazz americano senza perdere l’ironia pugliese.
Dietro le sue interpretazioni si nascondeva un profondo rispetto per la musica e per il ritmo. Era un jazzman puro, capace di improvvisare, di “giocare” con le parole come con le note. Spesso trasformava i concerti in piccoli spettacoli teatrali, fatti di gag, battute e autoironia.
Il suo accento salentino, che inizialmente sembrava un limite, divenne parte del suo fascino.
Cantava in italiano, ma con il respiro del jazz. In un’intervista confessò: “Io non canto, parlo con la musica. Il ritmo è una conversazione.” Questa definizione racchiude la sua arte: la musica come dialogo, come scambio di emozioni.
Pur amando l’improvvisazione, non rinunciò mai alla forma. Il suo repertorio mescolava brani leggeri e sofisticati, standard americani e swing italiano, con un’eleganza che lo rese punto di riferimento per molti giovani interpreti.
Dopo il successo degli anni Sessanta, Arigliano attraversò un periodo di relativo silenzio. Le mode cambiavano: arrivava il beat, poi il rock, poi la canzone d’autore. Il suo stile sembrava appartenere a un’altra epoca.
Ma lui non si reinventò mai in modo artificiale. Continuò a suonare nei jazz club, a collaborare con musicisti come Franco Cerri, Gianni Basso, Romano Mussolini.
Negli anni Ottanta tornò in televisione, sempre con lo stesso garbo e con la stessa voce che il tempo aveva reso più scura e affascinante. Poi, nel 2005, arrivò un colpo di scena: a ottantadue anni partecipò al Festival di Sanremo con la canzone Colpevole. Il brano, elegante e malinconico, fu una rivelazione per le nuove generazioni. Arigliano vinse il Premio della Critica e dimostrò che la classe non ha età.
Arigliano fu un personaggio complesso, ironico e riservato. Diffidava della mondanità, preferiva la compagnia dei musicisti e la libertà delle tournée. Amava dire che “la musica è come una donna: se non la rispetti, ti tradisce”. Non si sposò mai, e fino alla fine visse circondato da vinili, strumenti e ricordi.
Nel 2010, quando morì a Calimera, non ci furono clamori mediatici, ma molti musicisti gli resero omaggio. Paolo Conte, Renzo Arbore, Gegè Telesforo e Stefano Bollani lo considerarono un precursore, un maestro dello swing all’italiana.







