di Beatrice Silenzi

Biondo e malinconico, dal sorriso appena accennato e quell’aria da uomo libero e irraggiungibile, questo è stato Robert Redford, ma definirlo solo divo di Hollywood è riduttivo.
La sua carriera racconta di più: racconta la trasformazione degli Stati Uniti, la crisi dell’eroe classico, il bisogno di indipendenza artistica e la nascita di un cinema alternativo.

Nato nel 1936 a Santa Monica, in California, Robert cresce in un’America ancora a metà tra il sogno del dopoguerra e l’ombra della Guerra Fredda.
Da giovane sembra destinato a una vita di sportivo, più interessato ai viaggi e all’arte che alla disciplina accademica e prima di approdare alla recitazione gira l’Europa, studia pittura e accumula quell’esperienza che, anni dopo, renderà il suo sguardo cinematografico diverso da quello di molti colleghi.

Quando arriva a Hollywood negli anni Sessanta, il sistema degli studios sta lentamente sgretolandosi: i grandi divi stanno tramontando e una nuova generazione di attori più umani e vulnerabili si impone.
Redford diventa presto uno dei volti simbolo di questo cambiamento: senza la brutalità animalesca di Marlon Brando né l’ironia nevrotica di Woody Allen.
Il suo fascino è semplicemente diverso: elegante ma inquieto, luminoso e mai completamente rassicurante.

Il grande salto arriva nel 1969 con Butch Cassidy and the Sundance Kid, accanto a Paul Newman.
Il film diventa immediatamente un classico e Redford, nei panni del Sundance Kid, incarna una nuova idea di eroe americano: ribelle, romantico, destinato alla sconfitta.
È un personaggio che sembra anticipare la fine dell’innocenza statunitense, proprio mentre l’America entra negli anni traumatici del Vietnam e dello scandalo Watergate.

Negli anni Settanta la sua carriera raggiunge l’apice.
Sceglie con intelligenza film che riflettono il clima politico e culturale del tempo.
In The Candidate interpreta un politico idealista progressivamente inghiottito dai meccanismi della comunicazione e del potere; in Three Days of the Condor diventa invece il volto della paranoia americana post-Watergate: un uomo comune braccato da apparati invisibili e tradito dalle istituzioni.

Ma forse il ruolo che più di ogni altro definisce il suo mito è quello de The Great Gatsby, nei panni di Jay Gatsby, Redford sembra incarnare perfettamente l’illusione americana: elegante, ricco, magnetico, ma profondamente solo.
Non è un caso che molti critici abbiano visto in lui il simbolo di un’America che insegue il sogno della perfezione, nascondendo le sue fratture interiori.

A differenza di altri della sua epoca, però, Redford non si accontenta del successo come attore. Negli anni Ottanta compie una scelta decisiva: passa dietro la macchina da presa e si rivela un regista di enorme sensibilità.
Il suo debutto, Ordinary People, vince l’Oscar come miglior film e miglior regia.
È un’opera intimista, dolorosa, lontanissima dagli eccessi spettacolari del cinema commerciale dell’epoca. Redford mostra subito una caratteristica precisa: l’interesse per la fragilità emotiva e per le tensioni nascoste dietro l’apparente normalità americana.

Negli anni successivi continua a dirigere film spesso sottovalutati, come A River Runs Through It, una delicata meditazione sul rapporto tra natura, famiglia e memoria. È un cinema che guarda più ai sentimenti che all’effetto immediato. 
Nel 1981 fonda il Sundance Institute e il celebre Sundance Film Festival, destinato a diventare il punto di riferimento mondiale del cinema indipendente.
In un’epoca in cui blockbuster e logiche industriali hanno il sopravvento, Redford crea uno spazio per autori giovani, per sperimentali, spesso outsider.
Senza Sundance probabilmente molti registi contemporanei non avrebbero trovato visibilità.

È questo il paradosso più affascinante di Redford che ha passato gran parte della propria vita a cercare alternative a Hollywood stessa, mostrando diffidenza verso il divismo puro, preferendo l’autonomia artistica alla semplice popolarità.
Con il passare degli anni il suo volto è cambiato, naturalmente, ma non la sua presenza scenica.
Anche nei ruoli più recenti conserva quell’aura di uomo che osserva il mondo con malinconica lucidità. 
È deceduto nel sonno all’età di 89 anni la mattina del 16 settembre 2025 nella sua casa a Provo, nello Utah.